Domenica 21 febbraio, la sera, il Signore è venuto a prendere la Signora Paggi.

 

L’ho incontrata trent’anni fa grazie ad Aldo Brandirali, mio carissimo amico, che raccontava con passione e gratitudine della San Martino: Associazione nata qualche anno prima, di cui era presidente, che operava a favore di soggetti che oggi definiremmo ‘vulnerabili’: giovani / adulti in condizione di marginalità, persone uscite dal carcere e/o dall’esperienza della tossicodipendenza e, soprattutto, molti stranieri. Il cosiddetto ‘fenomeno migratorio’ iniziava ad imporsi prepotentemente, sollecitando interrogativi e reazioni molto contraddittorie da parte della ‘società civile’, dentro e fuori la Chiesa, nei mass-media, ecc..

In un lasso di tempo relativamente breve, i migranti stavano diventando sempre più numerosi anche in Italia, paese da cui tradizionalmente si partiva alla ricerca di lavoro per mantenere le famiglie rimaste a casa.

Avvenimenti importanti si stavano susseguendo: la ‘sanatoria Martelli’, la caduta del muro di Berlino, le navi cariche di profughi in fuga dall’Albania… tanti fatti che mi interrogavano. Tra tante ‘domande aperte’, soprattutto una mi premeva particolarmente: “l’incontro con l’altro – proveniente da luoghi lontani, culture, esperienze religiose, tradizioni diverse – è possibile solo a partire da ‘quel nucleo di esigenze originali, primarie e inestirpabili, di amore, giustizia, bellezza che costituiscono il cuore di ogni uomo?”. Don Giussani lo affermava con certezza: io volevo verificare se davvero fosse così, quindi sono andata a vedere.

Non sapevo cosa aspettarmi: la San Martino – un bugigattolo sempre affollato, in cui i telefoni suonavano ininterrottamente – era coordinata dalla Signora Paggi, impegnata in cento cose diverse, che certamente non aveva tempo per fermarsi a parlare. Ho iniziato a guardare, cercando di capire cosa facesse quella signora già un po’ agée, sempre attorniata da persone: volti di colori diversi, che la assediavano con le domande più strampalate – spesso incomprensibili – o, semplicemente, attendevano di essere ascoltate. Insieme a lei, un gruppetto di donne, si affaccendavano instancabili. Ho impiegato un bel po’ a scoprire che – dietro quell’apparente disordine – c’era un’esperienza solida, robusta, una certezza granitica, una fede profonda, operosa e indomita. Per la Signora Paggi era evidente che “l’altro è un bene, è un bene perché c’è” e che lo incontriamo perché Qualcuno lo ha messo sulla nostra strada, quindi dobbiamo farci i conti. E stare davanti a ‘quello lì’, per come è fatto, per il bisogno che è, le aspettative che porta… Una concretezza che spazza via le tentazioni ideologiche, che mette in moto adesso, subito, senza la pretesa che le circostanze siano più favorevoli o che ‘quello lì’ corrisponda alle nostre pretese.

Nelle settimane, nei mesi successivi ho continuato a tornare in San Martino, pur senza sapere esattamente cosa fare: appena potevo mi precipitavo al Gallaratese per continuare a guardare, per partecipare a ciò che stava accadendo.

L’Associazione prendeva forma, si strutturava, si definiva meglio la ‘mission’: accompagnamento a persone / famiglie straniere nei percorsi di inserimento sociale e lavorativo in Italia – si stabilivano collaborazioni e accreditamenti con Istituzioni, Enti, servizi territoriali.

Un fervore inarrestabile di attività, iniziative, progetti: i corsi di italiano, l’aiuto per la ricerca lavoro, l’ambulatorio medico, la casa di accoglienza a Zelo Surrigone, i percorsi di formazione con enti professionali, gli appartamenti pensati per accogliere nuclei familiari in difficoltà…

“Tanto, tantissimo lavoro”, come usava dire la Signora Paggi: una presenza operosa, indomita e creativa, fatta di impegno paziente e nascosto, non certo per ‘la ricerca del successo’, per ambizioni di potere o volontà di ‘espansionismo’, ma per com-passione, per ‘servire’ e con-dividere.

Una presenza continuamente generata da “quello sguardo, da quell’approccio” che si fa metodo.

La San Martino diviene via via ambito di supporto qualificato, competente e di aiuto cordiale per decine, centinaia, forse migliaia di persone, provenienti da luoghi / culture lontane, che ci raggiungono grazie ad intenso passaparola, inviate dalle Istituzioni o dai Servizi locali. Giovani e adulti nord-Africani, ragazze e donne latino-americane, ragazzi albanesi, uomini e donne romeni, e poi le donne somale con i loro bambini, le eritree, i cingalesi, uomini e donne dall’Africa sub-sahariana in cerca di pace, le donne nigeriane, ucraine, moldave, ecc.

Ognuno “guardato” acutamente, ascoltato con attenzione e sollecitudine, accolto ‘perché c’è’ con tutte le sue attese, ferite, esigenze… e con ciascuno si fa un pezzo di strada, condividendo fatiche, paure, ma anche desideri, aspettative e pian piano si ricomincia a vivere.

 

Abbiamo visto accadere miracoli stupefacenti, inattesi, spesso con persone che ‘non ce la faranno mai’ – fatti sorprendenti, generati da “quello sguardo” che riapre alla speranza, che rimette in moto perché qualcuno ti chiama per nome, si ricorda chi sei, porta nel cuore la tua storia, si fida di te, inizia ‘a scommettere su di te’. Un luogo che accoglie, fa sentire preferiti, corregge, fa crescere. Un luogo capace di “guardare” la persona nella sua totalità, che contribuisce a restituire unità a tante vite spezzate. Abbiamo visto donne che ritenevano di non valere nulla, di non saper fare niente, spesso analfabete, imparare giorno per giorno a diventare mamme, imparare l’italiano per trovare lavoro e offrire una vita migliore ai propri bambini; giovani e adulti scappati da paesi in guerra, perseguitati, ricominciare a vivere liberati dalla paura; ragazzi e giovani donne desiderosi di imparare, di crescere professionalmente, di costruire una vita buona per sé e le proprie famiglie; studenti che, al termine del percorso formativo, decidono di iniziare a lavorare in Italia, contribuendo a far crescere il nostro paese.

E poi datori di lavoro, famiglie, anziani: inizialmente sospettosi, diffidenti nei confronti della ‘colf’ o della badante “tanto straniera” (mi tocca con i suoi ditini neri, diceva un’anziana della donna ivoriana che si prendeva cura di lei!), che accettano di conoscere la persona segnalata dalla Signora Paggi – d’altronde non era facile dire di no alla Signora Paggi!

Il periodo di prova sfociava quasi sempre in assunzione: riserve e paure sconfitte dalla reciproca conoscenza e dalla convivenza

“Quello sguardo, quell’approccio” – identità, carattere distintivo della San Martino – ho iniziato ad impararlo con la Signora Paggi: “quello sguardo” che ricrea, che fa sentire ‘preferiti, attesi’, che attrae perché è così desiderabile: non solo per ‘i migranti’, ma innanzitutto per tutti coloro che hanno ‘incontrato’ l’esperienza dell’Associazione.

Un ‘luogo’ che – negli anni – ha coinvolto miriadi di persone: studenti universitari (alcuni dei quali hanno ‘scoperto’ la propria vocazione professionale proprio dedicandosi ai ‘corsi di italiano per giovani / adulti stranieri’ gestiti dalla San Martino), obiettori di coscienza che hanno ‘servito il nostro paese’ contribuendo a far crescere l’Associazione con le proprie competenze specifiche e poi Medici, professionisti: avvocati, consulenti legali, assistenti sociali…

 

Durante il funerale celebrato mercoledì 24 nella Parrocchia di San Carlo alla Ca’ Gr  anda, gremita di persone – evento strano in ‘tempi COVID’ – Don Jacques ha detto, tra l’altro, che la Signora Paggi ha ‘vissuto il dono di sé nell’obbedienza’.

Dono di sé con generosità, senza mai risparmiarsi, con tenacia e determinazione, con la ruvida tenerezza ‘da montanara’ – e nell’obbedienza: alla realtà per come è, alle persone che si sono avvicendate alla guida dell’Associazione, al finanziatore che ci ha sempre sostenuto, ad ogni ‘altro’ – il migrante incontrato, ma anche il volontario che ci dà una mano come può/come vuole, i collaboratori, i consulenti, ciascuno con la propria storia, il proprio temperamento.

L’obbedienza che fa affrontare anche grandi dolori, fatiche e contraddizioni con certezza indistruttibile, quasi ilare.

 

Ancora oggi, in un contesto differente – coordinata da persone diverse e grazie all’impegno di nuovi operatori – il valore ultimo, il significato profondo dell’esperienza della San Martino rinasce continuamente da “quello sguardo” che diventa storia.

GRAZIE, Signora Paggi

Marina Levi